Towers open fire è il primo di una serie di cortometraggi, realizzati da William S. Burroughs e Antony Balch, tra la fine degli anni '50 e la fine degli anni '60. Il cortometraggio è basato sul metodo del cut-up, elaborato in diverse forme artistiche da Burroughs e dall'amico pittore e scrittore Brion Gysin.Il metodo deriva da quello descritto da Tristan Tzara nel Manifesto dadaista del 1920, che consiste nel frammentare e ricomporre in maniera casuale un testo precostituito, alla ricerca di significati diversi dall'originale.
" Towers open fire(1963) e The Cut-Ups (1966) hanno una struttura piuttosto simile, infatti ritroviamo le stesse immagini con un montaggio sempre diverso ma rapido, seriale e frastornante, accompagnate da un collage sonoro altrettanto ossessivo. In entrambi compare per esempio la Dreamachine, un dispositivo per produrre immagini oniricoipnotiche, messo a punto da Gysin e da Ian Sommerville nel 1960. Tale macchina, composta da un cilindro traforato che ruotando crea effetti stroboscopici, consente a Balch e Burroughs di decostruire e ricostruire la realtà fino allo spasimo. In realtà la Dreamachine rappresenta il cinema stesso, la visione allo stato puro, poiché ricorda i brevetti dell’era pre-cinematografica, e in particolare lo zootropio. In questo senso l’operazione di Burroughs e Balch è un ritorno alle origini del movimento, dal punto di vista sia percettivo, sia concettuale." Bruno Di Marino
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